Il bivio: cultura o politica?

Quando fai parte di un partito come il Partito Democratico andarsene è sempre una sconfitta, a meno che il partito stesso non abbia tradito i suoi princìpi, e non pare questo il caso.

Non ho mai approvato chi l’ha fatto (D’Alema, Bersani, Civati, Calenda, Richetti, ecc…), e considerate che tre di questi non li apprezzavo nemmeno.
Non farò un’eccezione nemmeno per Renzi anche se, personalmente, ritengo abbia ragione e abbia fatto bene – per lui.

Ma il problema sta davvero tutto lì: se fai politica e sei nettamente migliore degli altri (Renzi oggettivamente lo è – o forse lo è stato), proprio per le tue qualità dovresti “sacrificarti” (ancora? Per il bene comune, sì: fare politica è questo).

Se invece preferisci fare cultura di sponda (scelta assolutamente condivisibile), allora semplicemente non lo fai “continuando a fare politica”.

“se vuole fare cultura politica è una cosa,
se vuole fare politica è un’altra”

Io non sono comunista e non mi riconosco nella sinistra troppo “spiccata” ma proprio per questo sto nel PD.
Quando sento intorno a me che partono i cori di “bella ciao” per me sono un simbolo di ciò che è stato, è memoria, e va bene.
Ma già “Bandiera Rossa” contiene ossimori tipo “evviva il comunismo e la libertà” e non ce la faccio.

Al di là degli scopi (che ripeto trovo anche culturalmente condivisibili e comprensibili) di “Italia Viva”, è sicuramente un errore strategico farlo da un altro partito, ed è stato un errore tattico farlo ora.

Ho sempre criticato chi vota (per esempio) +Europa perché non ha senso, al giorno d’oggi, essere in una forza di centrosinistra, condividere contenuti al 90% (se non al 100%) con il PD, ma essere in un altro partito: per me la vocazione maggioritaria è ciò che più conta.

Ora più che mai.

E non mi interessa (né convince) che è quello che fa la destra per vincere: li ho sempre criticati per quello, perché è “troppo comodo” avere tanti leader e partiti, poi però fare finta di essere tutti d’accordo, fare una coalizione alle elezioni e poi spaccarsi subito (l’abbiamo sempre visto noi nella nostra storia – con Bertinotti e non solo – e l’abbiamo visto anche nel recente governo giallo-verde, dove la Lega si è “smarcata facile” dalla sua stessa coalizione).
Che senso ha farsi beffa in questo modo del voto dell’elettorato?
Nessuno.

No, non è il mio modo di intendere la “buona politica”: quello che vuole fare Renzi ha il mio plauso, è una bella idea, ma fuori dalla politica, perché se sei senatore – o in generale un politico – è un errore strategico e dato che ha sbagliato anche il timing, è pure un errore tattico.

“è una bella idea, ma fuori dalla politica”

Errore strategico

Errore strategico perché sì può sembrare che sia “meglio per tutti” ma solo nell’immediato (vantaggio tattico): perché significa che ora nel PD ci saranno meno correnti e meno discussioni e che ognuno dei due partiti sarà più libero di fare quello che vuole/può fare.
Ma nello stesso spazio politico ora ci sono più partiti, quindi la coesione e funzionalità sono minacciate, il consenso pure, quindi sarà un vantaggio per l’altra parte politica (errore strategico).

Diciamo che, in generale, non è cosa buona prendersi un vantaggio tattico per uno svantaggio strategico, a meno che non sia proprio l’ultima battaglia (ma nessuno ha mai saputo, in tutta la storia, se quella che stesse combattendo fosse davvero l’ultima, sicché…).

Errore tattico

Ma poi c’è stato anche l’errore tattico: il timing ovvero, farlo ora.

Certo non lo poteva fare un mese fa, altrimenti si sarebbe andati davvero al voto (e sarebbe stato un errore strategico), però il problema è che lui aveva già in mente di farlo, lo si capisce dalla fretta che ha avuto nel farlo.

Insomma pensateci: tu hai in mente di fare il tuo partito, c’è un governo della tua parte politica avversaria in essere (giallo-verde), è luglio, tra tre mesi hai il decennale dell’evento che ogni anno promuovi e ti da grande forza, energia, idee (Leopolda); vento in poppa, non vedi l’ora.

E ti fanno la crisi di governo, con il rischio certezza, che se si andasse alle urne la parte avversaria faccia cappotto e per vent’anni di toccare palla non se ne parli, altro che decennale e proprio partito: al massimo la bocciofila.

Allora ricucisci la tua parte politica, crei una grande coalizione di governo, si istanzia, giuramento dei ministri e sottosegretari, e a quel punto ti smarchi finalmente ritornando al tuo progetto iniziale, con un solo mese di ritardo: fantastico.

Solo che a questo punto sei riuscito: hai ricucito, il centro-sinistra è più compatto, più unito e – anche se non si può dire perché il segretario è un altro – hai “ripreso” in mano il partito: la gente lo sa, te lo riconosce.

Ma no: ormai hai il tuo progetto. E allora niente. (cosa dicevamo di vantaggi tattici e svantaggi strategici? Ecco).

Quindi si è preso un vantaggio tattico, ma ha commesso un altro errore tattico: si elidono.

La formula

Aggiungo che ha sbagliato anche la formula: se vuole fare cultura politica è una cosa, se vuole fare politica è un’altra. Son due mestieri diversi.

Perché puoi anche avere ragione, ma se cambi contesto, a quel punto hai cambiato gioco e quindi le regole son altre.

Se pensi che il problema della politica italiana sia la metodologia (o le liturgie o le correnti) e quindi vuoi fare cultura politica, bene (tra l’altro sono pure d’accordo): ma non lo fai da un partito.

Se vuoi fare cultura politica allora ti dimetti, lasci davvero la politica, e fai un altro lavoro: l’intellettuale, il politologo, l’opinionista, il filosofo, lo scrittore, organizzi convention, quello che vuoi, ma non lo fai DA un partito, non lo fai DALLA politica, IN politica.
Se fai politica sei nell’arena, con gli altri, non pontifichi su regole, su chi dovrebbe fare cosa, non fai l’arbitro e nemmeno il telecronista: sei giocatore e come tale fai parte dello spettacolo, non fai opinione, non dai giudizi.

Insomma, un po’ pretenzioso fare cultura politica, fare collettore di idee politica entusiasta e giovane, ma cominciare con errori: strategico, tattico e di formula e farlo da un partito di nicchia staccandosi da uno a vocazione maggioritaria.

E allora il PD?

Il mio partito per ora – e sottolineo per ora – rimane il PD che comunque deve “darsi una svegliata”.

Eh sì, perché c’è il tema che per me è più cruciale: non interessa cosa farà Renzi, a me interessa capire cos’è (cosa sarà) il PD senza una figura come la sua.

Perché se tornano certi dinosauri e ci si chiude in politiche di sinistra d’altri tempi, convinti che siano quelle che funzionano perché hanno funzionato cinquant’anni fa – mentre ora siamo completamente in un’altra epoca – non lo so proprio se il PD non tradisca i propri princìpi.

E a quel punto sì, mi darò completamente alla cultura (anche politica) ma di certo non lo farò da un partito.

I “buoni” partiti

Che voglia di buona politica di destra.

No, non sono diventato matto, credo davvero in quello che ho detto.

Da troppi anni lo scontro politico è rimasto, a parole, tra destra e sinistra, ma il problema è che nei fatti è completamente un’altra cosa.

Io davvero non ne posso più, da cittadino, di non avere scelta.

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