La gestione della verità

Da anni sostengo che nella società moderna manchi un sistema per “gestire la verità”: non che ci sia mai stato, ma al giorno d’oggi l’informazione produce una mole di dati e sposta l’opinione pubblica come mai nella storia dell’Umanità.

Certo il tema è delicatissimo, perché rischia di sconfinare, se non essere frainteso, con una forma di censura.

Ma andiamo con ordine.

La Storia Contemporanea inizia, per convenzione, con la nascita della politica di massa e delle democrazie, e la diffusione in parallelo dell’opinione pubblica, a quel punto essenziale per il benessere stesso delle democrazie: se i tre Poteri dello Stato non dipendevano più da un’Oligarchia “eletta” per diritto divino, ma complessivamente dalle scelte del popolo, quel popolo doveva essere informato; siamo circa nel 1848.

Quindi la vera forma di potere, lo si capì meglio qualche decennio più tardi in realtà, diventò l’informazione.

Il problema è che ci si illuse che la buona informazione vincesse per definizione sulla cattiva informazione, che insomma per qualche “potere divino” o chissà cos’altro, più informazione corrispondesse alla lunga ad una giusta informazione.

Come in una sorta di selezione della specie (l’informazione) darwiniana.

Invece si vede, nei primi decenni del XX secolo, che per prendere il potere fai molto prima con la manipolazione dell’informazione, che con la sua limpidezza.

Perché la limpidezza funziona, allo scopo democratico, solo con la comprensione.
E la comprensione richiede impegno, è “difficile”.

Paladini di limpidezza

Compito del giornalismo, dei giornalisti, sarebbe è produrre – e vigilare – su questa limpidezza, che possiamo anche chiamare Verità.

Nello stesso contesto storico però succede un’altra cosa: lo sviluppo prima, e la vittoria poi, del capitalismo.

E attenzione: non è una critica la mia, ma un fatto.

Ad un certo punto quindi i giornalisti si sono ritrovati in uno spazio difficilmente condivisibile tra verità e capitalismo: è un lavoro e non è una vocazione, e tu hai un padrone (l’editore) e l’editore ha un interesse, un mandante.

Seguire i soldi, nel mondo capitalista diventa così un metodo d’indagine de facto (tipico, appunto, del giornalismo d’indagine).

Va da sé, quindi che non c’è più nessuno che vigila sulla verità.

E occhio che non si parla di censura: il confine tra battersi per la limpidezza e la censura è sottile; ma va riconosciuto: ne va dal valore stesso della democrazia.

Dire la verità non è né di sinistra, né di destra, così come non lo è dire menzogne: è semplicemente sbagliato e antidemocratico.

Non c’è democrazia senza verità, perché senza verità c’è manipolazione.

Se non c’è più chi vigila sulla verità chi lo deve fare?

È una bella domanda, e le possibili risposte generano davvero scenari al limite della censura: un organo terzo? E controllato da chi? E come si distingue la verità da un punto di vista? Soprattutto nel mondo contemporaneo dove spesso gli strumenti messi in gioco sono così complessi da essere derivati (e non certo derivati primi) che quindi, per definizione, spesso includono una volontà politica (sebbene non necessariamente partitica).

Certo è che quando lasci uno spazio vuoto, significa che qualcuno lo riempirà.

L’attualità

Arriviamo quindi ai giorni nostri: la politica, l’Europa.

Questa del COVID è solo l’ultima (in ordine cronologico) delle tre grandi crisi in qualche modo pandemiche, sebbene sia decisamente la più grave in termini di immediatezza: quella economica, l’immigrazione e questo nuovo coronavirus.

Gira falsa informazione (di cui le fake news sono solo una parte), girano polemiche, girano informazioni per manipolare l’opinione pubblica per fare consenso in barba alla salute pubblica, al bene pubblico.

Al di là infatti degli schieramenti politici, ora lo schieramento che dovrebbe più di ogni altro interessarci è quello del tavolo negoziale con l’unico “grande ente” che può aiutarci: ed è l’Europa, indipendentemente da come la si pensi politicamente.

Al massimo, il pensiero politico può servire per cambiare questa situazione una volta che ci saranno le condizioni (ammesso che convenga e abbia senso, ma è un altro discorso), ma la situazione ora è questa.

Obbiettivo strategico, di tutti, è quindi che la trattativa in Europa “vinca”: che si trovi una soluzione simmetrica.

Indebolire la tua parte (il tuo governo) in questo tavolo negoziale è distruttivo: non solo non è patriottico, è proprio tatticamente sbagliato (a meno che non si condivida l’obbiettivo strategico che ci siamo detti).

Se poi questo viene fatto con delle false notizie (la sera del 9 aprile rappresentanti di alcuni partiti ormai riferiti come “sovranisti” diffondevano nel web notizie secondo le quali il governo italiano avrebbe “appena firmato il MES”) è ancora peggio.

Chi vigila sulla verità, sulla limpidezza?

Nessuno.

Ma in Italia chi rappresenta, istituzionalmente e per parere spesso condiviso, una “terza parte”?

Il Presidente della Repubblica.

Ora: so che il concetto è forte, ma da mesi sostengo debba possa essere la sua istituzione ad occuparsene: almeno fin quando davvero non si istituisca un organo preposto.
Io lo dico da mesi, ormai forse anni.

Ovviamente può essere fatto SOLO per informazioni PALESEMENTE errate.

Dire che il 9 aprile 2020 il governo italiano ha accettato/firmato il MES è errato: e lo si dovrebbe dire proprio per non inquinare la democrazia ed il dibattito politico.

Si può fare politica di destra o di sinistra, ma non si può fare con informazioni errate.

Anche perché altrimenti succede che qualcuno te lo fa notare, ma rischia di essere qualcuno di parte (come se questo, tra l’altro, fosse di per sé un problema) e a quel punto è chi ha detto la menzogna che si appella alla stessa istituzione che deve garantire equilibrio e confronto democratico (il PdR, appunto) dicendo di intervenire.

E questo succede perché si è lasciati uno spazio vuoto: nessuno ha vigilato sulla verità.

Ma non può esserci democrazia senza verità, l’abbiamo già detto.

Così come abbiamo già detto che se lasci uno spazio vuoto, qualcuno lo riempie.

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